Natura Morta nell’Arte

Giovanni da Udine, disegni , 1520

Nella pratica dei pittori, nel gusto dei collezionisti e nella consapevolezza dei trattatisti, la natura morta si configura verso la fine del Rinascimento come genere autonomo.   

Mentre in Europa si sviluppa il gusto prezioso del manierismo, nelle Fiandre e in Italia settentrionale i pittori e i committenti si dimostrano sensibili al dato del “naturale”. Le due grandi scuole – in reciproco e intenso contatto-si dividono il “primato ” nella nascita della natura morta. Ad Anversa operano Aertsen  e Beuckelaer, zio e nipote che fin dalla metà del Cinquecento mettono in secondo piano i pretesti narrativi per dare piena evidenza a scene di cucina o di mercato.

A Bologna, grazie allo scienziato e collezionista Ulisse Aldovrandi , si sviluppa l’immagine naturalistica, il più possibile aderente al vero, con intenti di classificazione di studio rapidamente declinati anche nella pittura da collezione , specie grazie a Bartolomeo Passerotti.

In Lombardia, tra Milano e Cremona, vengono invece ripresi e adattati ai tempi nuovi alcuni spunti leonardeschi: fiori, frutti, oggetti inanimati sono interpretati in una chiave di intensa dignità, non solo come prova nel contraffare la  natura, ma anche e soprattutto come portatori di densi significati allergologici, simbolici o morali.

In questo nuovo senso si può leggere la progressione contenutistica e formale  che parte dagli artisti lombardi cher erano legati alla corte di Rodolfo II(Arcinboldi, Figino) e si prolungano nei primi decenni del Seicento  grazie al collezionismo aristocratico.

La definizione critica del genere artistico è avvenuta molto più tardi, come conferma la netta separazione nei termini e nel significato tra l’Europa mediterranea cattolica, dove si adottano tradotte negli idiomi locali, le parole “natura morta”, e l’area nordica e protestante, che preferisce utilizzare la versione linguistica di “still Life”  .

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