La Pittura a olio

Robert Campin,Veronica 1410

La tecnica fiamminga di stampare i colori in olio di lino, di noce o di papavero ,ha portato ad una delle più significative novità nel campo della storia della pittura.

Per tutto il XV secolo i pittori fiamminghi hanno conquistato il mercato artistico europeo, e orientato le tendenze stilistiche di varie nazioni grazie alla smagliante luminosità dei loro quadri, fitti di minuscoli attraenti particolari descrittivi, ispirati alla realtà quotidiana. Il segreto di queste tavole, accanitamente cercato dai concorrenti, è l’uso dell’olio come leganti di colori, che per la maggiore fluidità e trasparenza possono essere stesi a velature sovrapposte.

Fino da allora, infatti, si utilizzavano colori a tempera, che producono un risultato meno smagliante e permettono minori finezze, dando un effetto non molto dissimile a quello degli affreschi.

Tramontano l’uso gotico del fondo oro e degli inserti di metalli, i maestri fiamminghi utilizzano la pittura ad olio per stendere il colore a velature successive, sottili e translucide, fino ad ottenere effetti di trasparenza, di eccezionale brillantezza delle luci di atmosfera naturale: in una parola ottengono un risultato di “verità” ottica, imitando l’effetto della luce in ogni superficie.

Colori preziosi e costosissimi (come l’oro, il verde ottenuto dalla malachite, l’azzurro a base di lapislazzuli, il rosso proveniente dalla cocciniglia) risultano esaltati anche nel loro intrinseco valore.

Adottato in Italia  solo dagli anni settanta del Quattrocento, e dapprima anche in combinazione con la tempera, l’olio diventa la tecnica pittorica predominante, e tale si confermerà in seguito, quando come supporto la tela si sostituirà alla tavola.

 

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